IN CASO DI ANOMALIA

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psicanalista, cifrematico, presidente dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Le legislazioni permeate dall’ideologia illuministico-romantica sostengono il principio di uguaglianza per “gli uomini”, che “nascono e rimangono liberi e uguali”, secondo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, o per “tutti i cittadini”, che “sono uguali davanti alla legge”, secondo la Costituzione italiana del 1947. Nel primo caso questa uguaglianza sociale dipende dalla nascita, nel secondo dalla legge, davanti a cui i cittadini diventano tutti e, in quanto tutti, sono uguali. La legge così doppia la natura, è la nuova nascita: l’homo iuridicus è convenzionale quanto l’homo naturalis, e prova quanto convenzionale sia l’uguaglianza. L’uguaglianza di origine, origine presunta naturale o presunta legale, è sotto il segno dell’homo mortalis. All’uguaglianza per nascita o per legge risponde, naturalmente, l’uguaglianza per morte, stabilita dal discorso del nulla: tutti sono uguali dinanzi alla morte. Di questa credenza, Antonio de Curtis farà la satira con il poemetto A livella.
Quanto l’idea di uguaglianza debba all’idea di natura, e dunque all’idea di origine, è indicato da Jean-Jacques Rousseau, secondo cui in origine, nello stato di natura, tutti gli uomini sono uguali, nascono senza le differenze che vengono introdotte dalla società. Questa idea di uguaglianza è un aspetto dell’idea di origine e fonda l’idea di padronanza: per togliere l’iniquità e ripristinare quell’uguaglianza perduta occorre lo stato, scrive Rousseau, che così legittima il potere. In nome dell’uguaglianza, viene consentito a ogni totalitarismo di compiere la sua missione purificatrice, come ha dimostrato il regime sovietico: in nome dell’uguaglianza, il potere totalitario impone la morte come ultima padronanza, come unico segno della differenza. Trionfo dell’eutanasia.
E nei regimi democratici, dove l’obbligo all’uguaglianza deve rispettare la differenza, come esigono i costituzionalisti, rispettata è la differenza rappresentata, consentita, prescritta: la diversità.
E la diversità viene sempre assunta nell’uguaglianza.
Il buon tiranno deve attenersi all’uguaglianza, perché il rispetto per l’uguaglianza è il rispetto dell’identità: la prima forma dell’uguaglianza è A=A, cioè il principio d’identità. Con la formulazione A=A il segno uguale fonda l’equazione ontologica, che afferma che ogni cosa è uguale a se stessa.
Aristotele non formulò il principio d’identità in questo modo, ma lo derivò dal principio di non contraddizione che “è per natura all’origine di ogni altro assioma”, come scrive nella Metafisica.
Ancora l’appello alla natura e all’origine, l’appello al nulla.
Questa natura ideale non trova riscontro nell’esperienza di ciascuno, nella vita con la sua prova di realtà e la sua prova di verità. Parlando, è impossibile evitare la contraddizione, imbattendosi nell’ossimoro e nel dubbio, nell’equivoco e nello sbaglio. Su cosa potrebbero allora poggiare il principio d’identità e il principio diuguaglianza? Parlando, nulla di uguale, nemmeno di uguale a se stesso, ma l’ineguale, proprietà del racconto. Ineguale, in greco an, non, e homòs, uguale, da cui anòmalos, anomalo, irriducibile a ogni conformità, a ogni standard. Con l’anomalia come proprietà della parola, non c’è l’ineguale creativo teorizzato da Nikolaj Berdjaev: per il filosofo russo l’ineguale è l’abisso, l’abisso creativo, che crea Dio, crea il cosmo, crea l’uomo, sul principio dell’ineguaglianza.
Come scrive Armando Verdiglione nel libro La grammatica dello spirito europeo (Spirali, 2017): “Il principio inegualitario di Berdjaev, nel suo radicalismo, è il fondamento ultimo e assoluto di ogni principio ugualitario. Il suo principio gerarchico è il fondamento ultimo e assoluto di ogni principio gerarchico. Il radicalismo di Berdjaev è lo spiritualismo ontologico che sta alla base del laicismo”.
Nel 1557, l'astronomo e matematico gallese Robert Recorde introdusse nei suoi scritti due trattini paralleli, da allora chiamati “il segno uguale”, affermando: “Per evitare la noiosa ripetizione di queste parole: ‘è uguale a’, userò un paio di linee parallele della stessa lunghezza, perché non ci sono due cose uguali tra loro più di due rette parallele”. Recorde introduceva così, nell’intervallo tra due numeri o due lettere, la linea, anzi, due linee parallele perché uguali come nessun’altra cosa. Da allora, le parallele (secondo l’etimo: “pari: vicine l’una all’altra”) vengono a significare l’uguale, avviando la confusione tra l’eguale e il pari, ma anche tra il pari e l’intervallo.
Come inscrivere la linea nell’intervallo, come fare del pari il doppio della linea? Il pari non è il doppio, non sono due linee: il pari è modo del due, parità-imparità, ossimoro, contrasto, contraddizione.
Quest’apertura non si sistema in parallelo, non si dicotomizza, non sta nell’intervallo, è ciò da cui procede l’intervallo. Dalla contraddizione come apertura procedono l’ineguale, l’anomalia, l’intervallo che non parifica, il terzo che non è escluso e non può essere recuperato, incluso, condiviso, riportato all’unità. Per questa anomalia nella parola nulla si allinea, si conforma, si standardizza: la ricerca e l’impresa non si dissolvono nella linearità spaziale, cioè nel nulla.
L’anomalo, l’ineguale, dissipa il principio d’unità da cui procede l’uguaglianza. Lo illustra Giovanni Boccaccio nel Decamerone: “Tu vedrai noi d’una massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo Creatore tutte l’anime con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virtù create.
La virtù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse”.
Da una massa di carne tutti hanno la carne, da un unico creatore tutte le anime hanno uguali forze. Una massa per tutti, uno stesso creatore per uguali forze. Uno per tutti, uno per tutte eguali forze. Unità della massa, unità del creatore. Tutti nasciamo uguali: uguali forze, uguali credenze, uguali virtù create. Il principio d’unità fonda i tutti, unifica e eguaglia: uguali per origine, uguali per creazione, il principio primo è il principio dell’uguale. Ma a Boccaccio non sfugge che la virtù “ne distinse”: in questa distinzione non vi è nulla di naturale, nulla di convenzionale.
Come Machiavelli, con la parola “virtù”, Boccaccio designa quella che Leonardo da Vinci chiamerà forza e Sigmund Freud pulsione. Virtù della parola, virtù del progetto e del programma di vita, virtù come tensione verso la qualità.
La cifrematica precisa che la virtù è virtù del principio della parola, non del principio primo. Le virtù della parola, virtù non ordinali, non dipendono dalla linea genealogica o dall’uguaglianza, sono virtù di ciascun elemento della parola. Nella genetica che non risponde all’idea di origine, dunque alla genealogia, nella genetica della parola (l’idioma, la particolarità), l’anomalia non è un handicap, perché non parte da un codice: parlando, ovvero ricercando e facendo, ciascun elemento si attiene all’ineguale, esige l’anomalia perché non procede dall’unità o dall’idea di origine, bensì dalla contraddizione, dall’apertura, dall’ossimoro. Nulla è uguale a prima: questa l’anomalia come teorema della memoria. E nessuno viene prima o dopo: l’anomalia dissipa l’ordinalità, l’ordinario, l’ordinamento.
Il buon senso, il consenso e il senso comune non riescono a volgere l’anomalo nel deviante o nel difforme, a renderlo funzionale al sistema o alla comunità, perché è irrappresentabile in qualcuno o in qualcosa. L’anomalia non è funzionale, è virtù del funzionamento stesso: parlando, la sintassi è anomala, la frase è anomala, il pragma è anomalo. Anomalia sintattica e frastica: uno sbaglio, e l’idea di padronanza è svanita, una sbadataggine, e la visione del mondo è sparita. Anomalia pragmatica: un azzardo, un rischio, e l’idea di morte non ci preserva più dal fare e dalla riuscita. L’anomalia della macchina non è un suo limite, ma l’invenzione stessa, l’anomalia della tecnica non è la sua frontiera, ma l’arte stessa: per questo il senso comune diffida della ricerca e dell’impresa, vuole espungere la macchina e la tecnica, demonizzandole o divinizzandole, creando idealmente il daímon al posto dell’anomalo. Mossa dall’orrore per l’anomalia inerente all’economia e alla sua scrittura e per l’anomalia inerente alla finanza e alla sua scrittura, la burocrazia si avvale della magistratura per edificare l’economia del nulla e la finanza del nulla, cioè per annullare l’economia e la finanza in nome della comunità globale, del nuovo ordinamento sociale, del nulla.
Nel racconto, nulla si uguaglia, si omologa, si assimila. Il paragone è ironico, è preso nell’ossimoro pari/impari, non nell’uguale sociale. Impossibile paragonarsi a qualcuno: il paragone è apertura, è modo del due, non è tra due.
Se il tra, l’intervallo, fosse nel due, diventerebbe la linea del fratricidio e delle varie forme della sua gestione, per esempio l’inclusione, l’affiliazione, la condivisione, la socializzazione. L’intervallo è pragmatico, è temporale, esige l’emulazione, non il paragone. Aemulus, seguace. Ma nessuno emula un soggetto, sarebbe la concorrenza: ciascuno è emulo del tempo, l’itinerario è specifico.
Nessuna riuscita se il fare è sottoposto all’invidia e alla competizione: la soddisfazione non passa per la rivendicazione e il riscatto sociale. Scrive il filosofo e sociologo Alexis de Tocqueville: “Il problema dell’uguaglianza non è che spinge gli uomini verso piaceri vietati, ma che li assorbe completamente nella ricerca di piaceri consentiti”.
L’invidia e la competizione burocratizzano la vita parificando e uguagliando, espropriando e fiscalizzando.
Come indicano gli interventi di Corrado Sforza Fogliani, Pascal Salin e Hans Hermann Hoppe, la criminalizzazione della proprietà e del profitto, in nome dell’uguaglianza sociale, non solo limita la libertà e l’impresa, ma comporta una degradazione etica ed economica della società, una minaccia per la vita civile. La civiltà esige che la proprietà, l’impresa, lo scambio non siano un’anomalia intesa come eccezione patologica in una società di salariati e assistiti, di buone pratiche e di economie solidali. Come nota Paolo Moscatti, l’impresa è già anomala, perché punta a produrre qualcosa di nuovo, secondo un modo che non è mai uguale a quello di qualcun altro. L’anomalo è l’ineguale, dunque è l’imprevedibile del lavoro e della trovata nella ricerca e l’inedito nel fare, nell’invenzione e nell’arte, cioè in ciascun elemento della vita che non procede dall’unità per mirare all’uguaglianza, ma si rivolge alla qualità.
Come divenire caso di qualità? Il caso anomalo resta in debito con il caso ideale cui viene paragonato. Ma il caso ideale è il caso del nulla, il nulla che si fa caso, il nulla sociale, il caso sociale per confermare la società degli uguali, pronta a ogni condivisione e a ogni scambio lineare e circolare, in cui tutto torni. Sotto l’idea di bene. In caso di anomalia, in assenza di linea e di cerchio, lo scambio è la parola in atto, in cui la struttura della sintassi, la struttura della frase e la struttura del pragma introducono l’ineguale, l’anomalo.
Lo scambio non è tra uguali, è senza l’equivalente generale immaginato da Karl Marx, non consente l’imperativo “Circolare!” su cui Friedrich Hegel fonda lo stato ideale, il cittadino ideale, la città ideale, ovvero il nulla ideale. Il bene comune, l’utopia. Nel libro L’impero del bene, Philippe Muray scrive: “Più le condizioni diventano ugualitarie, più gli individui tendono a scomparire, ad annegare nella marea della specie umana, mescolata all’Universo, disciolta con Dio in un solo Tutto, una sola idea incommensurabile ed eterna”.
L’idea del nulla, il nulla come idea.
La città che non si annulla è la città del tempo e del fare, che esige l’anomalia, non il senso comune, il senso unico e il consenso, definito da Muray “l’ultima copertura universale che ci sia concessa e sotto cui ogni cosa trova definitiva riconciliazione, mescolanza, annullamento”. L’anomalia pragmatica ignora l’idea di bene a cui è finalizzata l’uguaglianza: facendo, interviene il malinteso, che non accomuna e dissipa il finalismo. In questa città del secondo rinascimento, a ciascuno il suo caso, l’itinerario non è divisibile né condivisibile.